
Posizione geografica
37°12’31” N 14°40’43” E (vedi su Google Maps). Il sito si trova all’interno di una riserva del demanio forestale, in un contesto di collina a circa 650 m slm. Esso dista poco più di 3 km in linea d’aria da Grammichele e 6,5 km da Licodia Eubea. La collina è un vasto altopiano calcarenitico sopra un ampio basamento vulcanico, caratteristico dell’area iblea. Non è lontano dal corso del fiume Simeto (circa 6,5 km).
Definizione e tipologia
Il sito è stato frequentato tra la fine del neolitico (4200-3800 a.C.), la fine dell’età del Rame (2500-2200 a.C.) e il VII sec. a.C. Lungo il pendio sud-occidentale sono state individuate e scavate, alla fine degli anni 80 del secolo scorso, quattro cavità naturali, poste su due balze sovrapposte, poco sotto la sommità della collina. Quelle poste più in basso (nn. 2 e 4) furono utilizzate nel corso dell’età altomedievale, mentre le due poste sulla balza superiore (nn. 1 e 3), malgrado una scarsa presenza di frammenti ceramici di età altomedievale, furono utilizzate soprattutto in età pre e protostorica. Le ricerche, a partire dal 2017, si sono concentrate su quella indicata come Grotta 3. Qui furono riconosciute due fasi importanti, quelle del Rame finale e della media età del Bronzo, mentre per gli altri periodi manca una sicura attestazione stratigrafica e sono attestati solo da frammenti sporadici. Tra le età del Rame tarda e finale la grotta ha avuto un uso funerario e cerimoniale, considerata la grande quantità di resti umani sparsi un po’ dappertutto; nel corso del Bronzo Medio è probabile che essa sia stata un luogo per cerimonie, utilizzato dalle comunità che abitavano nel territorio circostante e frequentavano la collina probabilmente per il pascolo.
Ambiente
In assenza di analisi archeobotaniche, siamo impossibilitati a farci un’idea dell’ambiente preistorico. L'alta incidenza tra i resti faunistici, del cervo, ci fa pensare ad un ambiente boschivo, presente tanto sulla collina quanto nel territorio circostante.
Cronologia
Le due fasi attestate sono soprattutto l’età del Rame tarda e finale (2800-2200 a.C.) e quella del Bronzo medio (1450-1250 a.C.). Sporadicamente sono presenti anche frammenti appartenenti alla fine del Neolitico, al Bronzo antico e dal bronzo finale fino all’età arcaica.
Storia delle ricerche
Le quattro cavità sono state indagate nel 1988 dalla Soprintendenza per i beni culturali di Catania. Dal 2017 a oggi gli scavi, condotti in collaborazione dall’Università degli Studi di Catania e dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Catania sono diretti da Orazio Palio e da Maria Turco.

Fruibilità e conservazione
Le Grotte sono visitabili, poiché si trovano all’interno di un’area attrezzata in una riserva del demanio forestale. I materiali sono conservati ed in parte esposti nel Museo Archeologico Civico “A. Di Vita” di Licodia Eubea.

Breve descrizione
Le Grotte 1 e 3 si trovano sulla balza superiore del colle, subito sotto la sua sommità. Lo scavo del 1988 ha messo in evidenza che esse sono state frequentate in età preistorica, tra il Neolitico tardo (fine V e inizio del IV millennio a.C.) e la fine dell’età del Bronzo, attestata finora solo da pochi frammenti ceramici (fino al X secolo a.C.). Si tratta, anche in questo caso, di due cavità di origine carsica formatesi nelle rocce calcarenitiche che costituivano la struttura geologica del colle.
Le ricerche, a partire dal 2017 dall’Università di Catania e dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Catania si sono concentrate nella Grotta 3. Gli scavi che da allora si sono succeduti regolarmente, hanno consentito di individuare almeno sei fasi della media età del Bronzo (1450-1250 a.C.), caratterizzate da una sequenza di livelli pavimentali, segno di una frequentazione continuata e periodica della grotta, a cui sono riferite due strutture di chiusura dell’ingresso della grotta, una piattaforma nella fase più recente e un grande muro di grandi blocchi posti verticalmente a quella più antica. Ciascun periodo, inoltre, si caratterizza per la presenza di numerose strutture di combustione, sia semplici (punti di fuoco, focolari) sia complesse (fosse, piastre, forni). Associate a queste era anche una significativa quantità di ossa animali, soprattutto pecore e capre, ma anche cervi e cinghiali. Il ritrovamento di ossa umane, sparse, in deposizione secondaria e riferibili all’età del Rame, sulle superfici pavimentali indica azioni di rimaneggiamento avvenute durante l’età del Bronzo che hanno coinvolto i livelli più antichi di uso della grotta. Va segnalata, inoltre, la presenza di frammenti ceramici di produzione egea, databili alla fase TE IIIA1 (dalla metà del XV sec. circa), di un pugnale e due frammenti di punta di lancia in bronzo, di numerosi frammenti di vasellame da mensa locale, insieme a frammenti di grandi contenitori per derrate o liquidi e di ceramica da fuoco. La grande quantità di ossa animali, sia domestici che selvatici, associata alle strutture di combustione, suggerisce la pratica del consumo di pasti comunitari da parte di piccoli gruppi umani provenienti dal territorio circostante. Nella fase più antica, interessata da azioni legate a cerimonie funerarie, si attesta l’uso di scavare sul banco roccioso numerose fosse di varie dimensioni e di deporre, lungo il margine esterno della grotta, offerte sotto forma di oggetti e strumenti, in fossette scavate nel sedimento basale della grotta.
Descrizione analitica
Le grotte indicate con i numeri 2 e 4 sono collocate sulle balze più basse e sono state rimaneggiate in età altomedievale per essere utilizzate la prima come luogo di culto, come sembrano indicare i numerosi simboli eucaristici incisi sulle pareti della grotta e la seconda, forse, come ambiente di lavoro, considerata la presenza di due grandi silos scavati nel pavimento e trovati colmi di ceramica di età araba e bizantina.
Le grotte 1 e 3, poste più in alto, subito sotto la sommità della collina, hanno conservato invece le tracce stratificate della frequentazione di età preistorica, che inizia durante il Neolitico tardo, come indicano numerosi frammenti sia a superficie dipinta rossa dello stile di Diana, sia di impasto grigio con decorazione incisa dello stile della Spatarella, e dura almeno fino alla fine dell’età del Bronzo e alla prima età del Ferro. Le fasi meglio attestate sono i momenti tardo e finale dell’età del Rame (facies di Malpasso e S. Ippolito: 2800-2200 a.C.) e il Bronzo medio (facies di Thapsos: 1450-1250 a.C.).
Dal 2017 le ricerche si sono concentrate nella Grotta 3, già interessata dal saggio di scavo del 1988 eseguito proprio nella sezione centrale e che aveva raggiunto il fondo roccioso della cavità. La roccia era stata opportunamente regolarizzata, e vi erano state scavate una decina di fosse circolari, per lo più di piccole dimensioni (diametro compreso tra 20 e 50 cm; profondità massima 30 cm), in molti casi tagliate dalla escavazione di altre più recenti. Sulla stessa superficie del banco roccioso sono presenti numerosi e ampi segni di arrossamento originati dall’esposizione al fuoco. Alcune di dimensioni più piccole è probabile fossero in qualche modo collegate a punti di fuoco oggi perduti (contenevano ceneri o alloggiavano pali?), mentre quelle medie erano forse esse stesse fosse di combustione. Quelle che non presentavano tracce di esposizione al calore servivano forse come base per grandi contenitori di cui sono stati raccolti numerosi frammenti in diversi casi ricomponibili. Alcuni di questi frammenti presentavano tracce di fuoco su entrambe le superfici.

Nel corso della fase più recente della media età del Bronzo, la grotta ha subito una radicale manipolazione da parte dei suoi frequentatori, che hanno in parte rimosso le testimonianze delle fasi precedenti. Anche la struttura stessa della grotta e le sue pareti mostrano tracce di lavorazione che ne hanno mutato in maniera significativa l’aspetto rispetto al periodo precedente: gli ingressi agli ambienti più interni, oggi inaccessibili perché colmi dei massi crollati dalla volta, sono stati regolarizzati e, almeno nel caso di quello più meridionale, dopo essere stati colmati di terra, ceramiche in frammenti e ossa animali, soprattutto di cervo, sono stati sigillati con una massicciata formata da pietre e blocchi anche di grandi dimensioni).
Durante questa fase sono state scavate numerose fosse, tanto negli accumuli di sedimento quanto sul banco roccioso e sono state costruite, in momenti differenti, due grandi strutture per bloccare e controllare l’accesso alla grotta: una grande piattaforma rettangolare nella fase più recente e un muro a grandi blocchi posti verticalmente in quella più antica. Entrambe le strutture sono state interessate da crolli che hanno comportato lo scivolamento verso l’interno della grotta di una parte dei blocchi che le componevano.

Nel saggio aperto in corrispondenza dell’ingresso (Saggio 1) è stata riconosciuta una sequenza di numerosi piani d’uso, caratterizzati da strutture di combustione di diversa tipologia e funzione. La fase più antica del Bronzo Medio (fase 1) corrisponde al livello molto compatto, di colore biancastro, utilizzato come pavimento, a circa 2 m sotto il piano di calpestio attuale. Una struttura di combustione, probabilmente un forno, si trovava all’interno di una fossa sub-circolare scavata nella roccia, del diametro massimo di circa 1 m. Del forno si conserva, sotto uno strato di cenere, la copertura in argilla, parzialmente collassata, all’interno della quale era terra cinerina con evidenti e abbondanti tracce di combustione, carboni e pochi frammenti ceramici. La fossa, era colmata da una successione di livelli con ampie tracce di combustione, alternati a strati di semplice riempimento. È probabile che la fossa sia stata scavata nella roccia alla fine dell’età del Rame e riutilizzata nel corso del Bronzo Medio per alloggiarvi il forno. Il banco roccioso intorno alla fossa era stato lavorato in modo da formare un’area separata dal resto e si presentava completamente arrossato per effetto del calore; inoltre, accanto alla fossa del forno era stata scavata una fossa più piccola, portata in luce durante i vecchi scavi, anch’essa con le pareti fortemente arrossate. A ovest di questa fossa era stata scavata una seconda fossa, anch’essa ovale e con il medesimo diametro massimo, assai meno profonda, colma di sedimento, carbone e frammenti ceramici.


Le fasi più recenti sono caratterizzate dalla presenza di semplici punti di fuoco che hanno lasciato tracce consistenti sotto forma di chiazze combuste e dispersione di carboni (fase 4). Un livello particolarmente ricco ha restituito oggetti di pregio come frammenti appartenenti ad almeno un vaso miceneo (TE IIIA) e quelli di una punta di lancia in bronzo, insieme a macine e palchi di cervo. Sul più recente di questi piani era stato costruito un focolare formato da un giro di pietre che conteneva terra combusta e carboni.
Questa fase fa seguito un periodo di scarsa frequentazione della grotta, testimoniato da una sequenza di US formatesi a causa di episodi di colluvio e culminati con un crollo di grandi blocchi successivo alla distruzione della più antica delle strutture che chiudevano la grotta. Sopra il crollo si era formato uno strato anch’esso naturale, forse legato ai fenomeni atmosferici e all’accumulo di detriti conseguente al flusso delle acque verso l’interno (fase 5); sulla superficie erano i resti di una nuova intensa frequentazione umana: una piccola struttura circolare di oltre 2 m di diametro, della quale restano le pietre che formavano lo zoccolo, potrebbe essere ciò che rimane di un piccolo riparo temporaneo con copertura di elementi deperibili o di un piccolo recinto che delimitava un’area per l’accensione di fuochi; la composizione del terreno al suo interno, combusto e ricco di resti di carbone, potrebbe essere dovuta sia alla distruzione per incendio della copertura, sia alla combustione di legname. Ai lati di questa struttura si trovava un focolare formato da un circolo di pietre posto al margine di una conca poco profonda (15 cm), del diametro di circa 1 m, colma di terra fine biancastra e cinerina, con frustuli di carbone e coperta da pietre; le pietre intorno al perimetro presentavano alterazioni da fuoco. Il terreno su cui poggiavano le strutture aveva chiare ed evidenti tracce di incendio. Un secondo punto di fuoco era di forma irregolarmente ovale di ca. 0,40 x 1,00 m, costituito da terreno di colore grigio chiaro, a matrice argillosa, molto fine, assai compatta, con abbondanti tracce di carbone. Si tratta di una piastra con superficie convessa metà della quale si perde al di sotto del margine occidentale del saggio; alla base era una chiazza, delle stesse dimensioni, di cenere mista a terra colore grigio-marrone, poco compatta (US 168) che costituiva la preparazione della piastra stessa. Un terzo punto di fuoco si trovava a nord della struttura circolare, e si presentava come una irregolare chiazza di terreno scuro, con abbondanti tracce di carbone.
Ad una fase più recente, obliterata dal crollo della piattaforma posta a chiusura della grotta, appartiene un piano pavimentale, interessato dalla presenza di una discreta quantità di ossa, sia animali non determinabili (fase 6); frammenti ceramici, appartenenti soprattutto a vasellame da fuoco e tracce di carbone erano sparse un po’ dovunque. Le pietre del crollo coprivano in parte anche un focolare del diametro di circa 1 m, marginato da un circolo di pietre all’interno del quale era terra combusta e carboni.
La seconda area di studio corrisponde ad un testimone risparmiato all’epoca dei vecchi scavi davanti alla parete est della grotta su cui si apriva l’ingresso di un piccolo ambiente artificiale il cui fondo era ad un livello più basso rispetto a quello della grotta. Qui è stato possibile mettere in luce una sequenza di piani su alcuni dei quali erano strutture di combustione, numerosi punti di fuoco e abbondanti tracce di combustione, come chiazze di carbone e terra arrossata. Tra le strutture di combustione segnaliamo una piastra, conservata solo a metà perché tagliata dal saggio del 1988 che era stata realizzata all’interno di una fossa su cui era un piano di argilla indurito dal calore; accanto alla fossa era una superficie circolare combusta, su cui era stato acceso il fuoco per riscaldare la piastra o per usarne le braci. Ad una fase più antica, sempre nell’ambito del Bronzo Medio, invece, si data una seconda superficie arrossata dal fuoco, con abbondanti ceramiche e ossa animali e umane, sigillata da un secondo strato di argilla su cui era stato acceso un fuoco di cui resta la chiazza circolare, rossastra al centro e grigia ai margini. Entrambi i livelli possono essere messi in relazione con l’uso del piccolo ambiente a cui si è fatto cenno. È probabile che il piccolo anfratto, scavato sulla parete orientale della grotta, abbia costituito uno degli accessi della sala posteriore, inaccessibile per il crollo della volta. Questo piccolo recesso, forse utilizzato nel corso dell’età del rame, è stato probabilmente svuotato durante l’età del Bronzo Medio e riempito con frammenti ceramici di quest’ultimo periodo, ossa animali (soprattutto fauna selvatica, come cervo e tartaruga) e ossa umane, appartenenti ad individui della precedente età del Rame, come attestato da datazioni C14 eseguite su campioni. Tra i reperti recuperati dal recesso, spicca una conchiglia di tritone, evidente legame con la costa orientale, come testimoniano anche i frammenti ceramici TE IIIA recuperati nei livelli di questo stesso periodo. Una volta colmata, la piccola cavità è stata sigillata da un cumulo di pietre, davanti al quale sono state deposti frammenti ceramici, ossa animali, tra cui una mandibola di cervo, e una mandibola umana.
Bibliografia
Consoli 1988-89; Tanasi 2015; Palio, Turco 2018; Giuffrida 2020; Messina 2022; Palio, Turco 2024.
